Carissimi fratelli e sorelle, chiamati a completare nella vostra carne sofferente ciò che manca ai patimenti di Cristo Signore! Cari candidati al ministero della consolazione e cari christi fideles che, in modi diversi, vivete un servizio di prossimità e assistenza ai sofferenti!Uomini e donne di buona volontà, che siete ammalati o allettati nelle vostre dimore o in case di degenza e di cura!

 

1.Celebrare laGiornata del malato. Istituita da san Giovanni Paolo II il 13 maggio 1992, memoria liturgica della Madonna di Fatima, la Giornata del malato ci ricorda che in Cristo Gesù, compimento delle profezie di Isaia sul giusto sofferente, la sofferenza delle creature è stata assunta in modo non ideale, ma concreto e reale, da Dio stesso nella sofferenza del suo Figlio morente in croce! In questo senso, come ha affermato il teologo Xavier Tilliette: «Non è affatto aberrante parlare della sofferenza di Dio; essa, anzi, è perfino un elemento capitale della vita trinitaria»[1]. Certo, non si vuole sostenere una vera e propria contraddizione nella natura divina, pura e intatta; e tuttavia, riteniamo che il modo in cui l’uomo Gesù ha vissuto la sofferenza e l’abbandono, aderendo alla volontà del Padre, possa essere di conforto a tutti coloro che, con spirito di fede, accolgono di vivere il dolore come via privilegiata di santificazione,con serena rassegnazione e spirito di fede. Così come ci attesta la Lettera agli Ebrei: «Nei giorni della sua vita terrena», Gesù «offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,7-9). Sulla Via Crucis di Gesù, la Chiesa, soprattutto mediante il sacramento dell’Unzione dei malati, si fa prossima a chiunque si trovi nel dolore fisico, nella sofferenza psichica, nella malattia grave, tratto terminale dell’esistenza, avendo chiara l’esortazione di S. Giacomo: «Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gm 5,13-15).

 

  1. Non restare ciechi nel dolore. Ha scritto un poeta: «Voi errate in alto, nella luce/ su tenero suolo, genii beati!/ Splendidi aure divine/ vi sfiorano leggere/ come le dita dell’artista/ le sacre corde.// Sciolti dal destino, come il poppante/ che dorme, respirano gli immortali;/ pudico, in boccio timido avvolto/ eterno fiorisce per essi lo spirito,/ e gli occhi beati guardano/in placida eterna chiarità.// Ma a noi è dato/ in nessun luogo trovar pace,/ dileguano, cadono,/ nel dolore gli uomini/ ciecamente/ di ora in ora,/ come acqua da pietra/ a pietra lanciata,/senza mai fine, giù nell’ignoto»[2].

L’uomo, soprattutto se confrontato, come fa il poeta, con i genii beati, sembra vagare in una dolorosa oscurità, mentre gli dèi incedono sereni nella luce dorata: il Canto del destino di Iperione di Friedrich Hölderlin (1770-1843) è una lirica tragica, dalla struggente forza espressiva, scritta dal poeta nel 1798 e inserita poi nel romanzo L’Iperione o L’eremita in Grecia. Il poeta contrappone in maniera netta le prime due strofe, radiose e distese, che rappresentano il mondo degli dèi, alla terza, più concisa e angosciante, come solo il mondo degli uomini può essere. Nessuna possibilità di fusione, né di avvicinamento; qui la scissione è insanabile! Sarà il compositore Johannes Brahms, nel 1871, con il suo Schicksalslied (Canto del destino) per coro e orchestra, op. 54, su testo di Hölderlin, a superare la cupezza dell’ultima strofa della lirica, concludendo la composizione con più evidenti note di speranza e di luce. Secondo la visione del poeta, tuttavia, la divinità è impassibile, dunque distante e non curante delle vicende degli uomini, inerte innanzi al loro dolore e alla loro sofferenza: un dio apatico, insomma, certamente dissonante con l’Abbandonato della Croce, il quale rimette fiduciosamente nelle mani del Padre il suo spirito di uomo percosso, lacerato, flagellato, caduto, morente.

Già sette secoli prima, San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), nei suoi Sermones aveva usato questa bella espressione: Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis (“Dio è impassibile, ma non senza compassione”). Memore dell’espressione di Bernardo, Benedetto XVI, nell’enciclica Spe salvi, rassicurava i cristiani circa il senso di questa compassione divina: «Dio non può patire, ma può compatire. Dio ha per l’uomo un amore così grande da farsi lui stesso uomo proprio per compatire con lui, in modo reale, in carne e sangue… Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza» (Spe salvi, n. 39).

  1. L’esempio di Cristo Gesù.Sull’esempio di Gesù, la sofferenza di un essere vivente e percettivo, puòtrovare la via del senso e la strada della consolazione e del ristoro, può perciò essere accolta. Certamente ciò è facile a dirsi, ma molto più difficile da vivere. Tuttavia, come ci esorta il Santo Padre Francesco nel suo Messaggio per l’occasione della Giornata del malato 2020 – commentando il passo evangelico «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi, e io vi darò ristoro» (Mt 11, 28) –: «Gesù Cristo, a chi vive l’angoscia per la propria situazione di fragilità, dolore e debolezza, non impone leggi, ma offre la sua misericordia, cioè la sua persona ristoratrice. […] Perché Gesù Cristo nutre questi sentimenti? Perché Egli stesso si è fatto debole, sperimentando l’umana sofferenza e ricevendo a sua volta ristoro dal Padre. Infatti, solo chi fa, in prima persona, questa esperienza saprà essere di conforto per l’altro»[3]. Cristo Signore ci ha lasciato un esempio e un’opportunità, per quanto concerne la sofferenza e il dolore, da lui patiti ingiustamente sulla Croce: “Tieni nel tuo cuore Gesù Cristo e tutte le croci del mondo ti sembreranno rose” (diceva san Pio da Pietrelcina). Tutto questo, però, ha espiato il peccato del mondo: nell’abisso del più triste fallimento dell’uomo, si rivela così l’inesauribilità del mistero dell’amore di Dio in Cristo Gesù, per il quale ogni negatività e ogni male viene ormai oltrepassato: «[…] «[…] Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7 ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre (Fil 2,6-11).

Credo davvero che nessuno più di chi soffre, nel corpo e/o piagato nella psiche e nello spirito, possa guardare con naturalezza il Crocifisso – il cui segno viene spesso collocato nelle stanze dove si trovano ammalati e sofferenti, per poter gridare al mondo quanto l’amore di Dio per l’uomo sia stato smisurato, oltre che reale e concreto, pur in tutta la drammaticità di quell’evento. Ecco che la sofferenza accolta diviene sofferenza condivisa nella fede sia con Gesù sia con i fratelli nella fede, i quali dal Christus patiens et medicus (Cristo sofferente e medico) apprendono l’arte non soltanto della cura, ma del prendersi cura, diventando viva testimonianza anche per coloro che non credono. Si realizza perfettamente in coloro che soffrono quanto leggiamo: «[…] «[…] Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,28-29) …

Possiate sentire vicino, carissimi sofferenti, l’affetto del Vescovo che, come fratello e padre, ogni giorno rivolge al Signore la sua umile preghiera per tutti voi e che, con cuore di padre, vi mostra la tenerezza di Dio, vi benedice e vi esorta, ancora una volta, ad offrire tutte le vostre sofferenze per il bene della nostra amata Chiesa particolare di Catanzaro-Squillace!